Ritorno in Croazia

Dieci anni fa io e il giornalista Matteo Tacconi viaggiammo in Croazia, d’inverno, per documentare i luoghi della prima guerra su larga scala nell’ex Jugoslavia. Fu l’inizio della nostra lunga collaborazione. Per l’occasione ho rieditato quel lavoro fotografico, in bianco e nero, mentre Matteo ha scritto un testo, mescolando impressioni di quella trasferta e riflessioni sull’ex Jugoslavia.

 

Nell’estate del 2010 fa curai per il Festival Adriatico-Mediterraneo di Ancona una mostra collettiva di fotografia sull’ex Jugoslavia, a vent’anni dall’inizio delle guerre che l’avrebbero annientata. Facendo ricerca in rete mi imbattei in un lavoro di Ignacio Maria Coccia sul Kosovo realizzato alla vigilia della sua indipendenza, nel febbraio 2008. Scatti in bianco e nero, in cui atmosfere e cronaca, paesaggio e presenza umana ben si tenevano. Lo contattai per esporre, e lui accettò l’invito.

 

Qualche tempo dopo, in autunno, fu Ignacio a cercare me. Mi propose di andare a raccontare insieme i luoghi in cui scoppiò la guerra in Jugoslavia. All’epoca viaggiavo e lavoravo da solo, ma da tempo pensavo che valesse la pena collaborare con un fotografo: parole e immagini, le une a sostegno delle altre, per rafforzare un reportage. Il tema che Ignacio suggeriva era tra l’altro in linea con il tipo di racconto che ancora oggi prediligo, ossia seguire l’onda della storia e verificare come ha inciso luoghi e vite.

 

Partimmo a febbraio 2011 scegliendo di lavorare sulla sola Croazia. In Slovenia il conflitto del ’91 fu breve, appena dieci giorni. In Croazia al contrario fu guerra vera, su larga scala. Si scontrarono le due repubbliche più importanti dell’ex Jugoslavia, riplasmate dal nazionalismo di Franjo Tudjman a Zagabria e da quello di Slobodan Milošević a Belgrado. Quest’ultimo armò i serbi di Croazia, che istituirono un loro parastato secessionista; Tudjman voleva solo l’indipendenza, e tolse diritti costituzionali ai serbo-croati. La collisione violenta era evitabile.

 

Ci mettemmo in viaggio a bordo della Opel Zafira di Ignacio. La prima tappa fu Korenica, la località principale dell’area dei laghi di Plitvice, celebre attrazione naturalistica. Prima della guerra del ’91 i serbi costituivano la maggioranza della popolazione, ma in molti non sono più tornati. C’erano piccole fabbriche, quasi tutte fallite. Resta il turismo.

Alloggiammo da Milan Prica, contadino e affittacamere, un serbo rientrato a Korenica dopo la guerra. Rispetto alla Bosnia Erzegovina, in Croazia il diritto al ritorno ha subito meno ostacoli. Fu Prica a raccontarci un po’ di storie della Korenica pre-bellica. Rimanemmo tre giorni, mangiando spesso al Macola, un ristorante sulla strada principale molto frequentato dagli abitanti dell’area, come da gente di passaggio. Dietro l’edificio c’erano due orsi in gabbia, un piccolo e triste spettacolo per gli avventori.

Da Korenica ci spostavamo nei villaggi vicini a cercare situazioni e storie. Le casette, qualche bimbo in strada, gli anziani, le mucche e le galline, i ruderi di guerra, le locande per mangiare un boccone e sullo sfondo, i monti tozzi che marcano il confine con la Bosnia Erzegovina. Il fascino rustico e malinconico della piccola provincia balcanica. Una suggestiva e ingannevole cortina sulle sciagure dei Balcani post-jugoslavi: spopolamento, povertà, situazioni messe sottosopra da una guerra sporca di cui non si parla volentieri, per paura o dolore o convenienza. Una rimozione che fa il gioco dei nuovi nazionalismi.

 

Ci si iniziò a sparare addosso a dieci chilometri da Korenica, alla biglietteria dei laghi di Plitvice. Il 31 marzo 1991, la domenica di Pasqua, caddero Josip Jović e Rajko Vukadinović, due poliziotti. Il primo croato, il secondo serbo. Percorrendo il sentiero ricoperto di foglie umide che si apre dopo l’ingresso del parco si arriva al memoriale eretto in nome di Jović, un cilindro di metallo luccicante. Nulla ricorda la morte di Vukadinović. Sarebbe bello se ci fosse un monumento a rammentare che in quel boschetto l’esperimento politico, sociale e culturale jugoslavo, forse talvolta mitizzato ma sicuramente degno e interessante, iniziò a sfasciarsi, e che quei due poliziotti furono le prime vittime di quell’immane tragedia. Ma nei Balcani la memoria è un rito primitivo. Ogni comunità ha i suoi eroi e i suoi santi, e per opposto i suoi carnefici. Raramente ci si avventura alla ricerca dei toni grigi, dove ai torti subiti si sommano quelli procurati.

Di recente siamo tornati a Korenica per un servizio sulla crisi dei migranti lungo la rotta balcanica. Il confine tra la Bosnia Erzegovina e la Croazia ne rappresenta, proprio in questo tratto, uno degli snodi più critici. Dalla Bosnia Erzegovina, i migranti cercano di superare la frontiera, ma vengono trattati in malo modo dalla polizia. Proprio nella caserma di Korenica, hanno denunciato alcune Ong, ci sarebbero stati dei casi di violenza. Dopo un’intervista con un attivista abbiamo fatto un giro in paese per ricordare quella trasferta del 2011, la prima di tante altre fatte assieme. Korenica è stato il battesimo della nostra lunga collaborazione. Siamo passati davanti al casolare di Milan Prica, notando che ancora fa l’affittacamere, e siamo andati al Macola. È diventato un self service, piuttosto asettico. Dietro lo stabile non ci sono più gli orsi.

Da Korenica, dieci anni fa, proseguimmo alla volta di Knin, che negli anni della guerra fu la roccaforte dei secessionisti serbo-croati. Attraversammo questo porzione di Croazia interna, schiacciata tra il litorale dalmata e la Bosnia, scorgendo casolari diroccati, chiesette malridotte, borghi disabitati, fabbrichette abbandonate, binari ferroviari non più utilizzati. Da fronte ampio della guerra a marca arida, brulla e vuota.

Nel 1991, le autorità serbo-croate cacciarono o imprigionarono gli esponenti della minoranza croata. Nel 1995, quando l’esercito di Zagabria riconquistò la città e le altre terre in mano ai secessionisti, con un’offensiva durissima, a fuggire furono i serbo-croati. A guerra finita il governo ripopolò Knin con dei coloni, spesso ex profughi croati della guerra di Bosnia. Visitammo una radio locale, una biblioteca e una scuola di musica, tutte attività sostenute dallo Stato. Il pubblico impiego, e chi è fuori da questo cerchio si arrangia come può, ci spiegò Marko Kalat, un ex profugo serbo rientrato a Knin. Per esempio, disse, ci sono diversi tassisti informali che offrono passaggi in cambio di qualche soldo.

La tappa finale fu Vukovar, su una delle due punte – l’altra è Dubrovnik – di quel grande arco che la sagoma della Croazia disegna. Nell’agosto 1991 la città fu cinta d’assedio dalle forze serbe. Cadde a novembre. Sconvolgente il bilancio: 22mila profughi, 50mila edifici danneggiati (molti restano ancora tali) e più di 1500 morti, diversi dei quali riposano in un cimitero monumentale di guerra, pieno di filari di croci bianche, situato alle porte della città. A qualche chilometro, verso l’interno, c’è il memoriale di Ovčara, un museo ricavato in un vecchio magazzino agricolo dove gli assedianti giustiziarono 200 croati, tra civili e militari.

 

Vukovar sul Danubio, Vukovar sonnolenta, Vukovar che ci accolse ammantata di neve, Vukovar e la guerra. In quel 1991 la città fu ridotta a una Hiroshima, ci raccontò Zeljko Diberto, titolare dell’affittacamere dove pernottammo, parlandoci della sua fuga dalla città e del periodo che da profugo passò a Norimberga, in Germania. Trovò lavoro come operaio alla Siemens.

La guerra sfregiò anche la Borovo, il più grande complesso calzaturiero dell’ex Jugoslavia. Andammo al cancello della fabbrica chiedendo di poterla visitare. Arrivò un giovane addetto stampa e ci portò alla catena di montaggio, con operai e operaie al lavoro, conducendoci in seguito negli hangar distrutti durante il conflitto, mai rimessi in sesto. Un ossario industriale.

I grigi della storia, si diceva prima. Non pochi lamentano che il presidente croato Franjo Tudjman non inviò i necessari rinforzi a Vukovar, lasciando che la città fosse presa dal nemico. Un martirio che gli servì a dimostrare la crudeltà serba e spingere dunque per l’indipendenza formale, giunta proprio nei mesi dell’assedio.

 

Caduta Vukovar, si chiude la prima fase della guerra tra Zagabria e Belgrado. Fu stipulata una tregua che congelò il conflitto fino al 1995, quando la Croazia si riprese con un attacco furioso le terre controllate dai secessionisti. La Slavonia, la regione in cui Vukovar si trova, rimase sotto amministrazione Onu fino al 1998, prima di tornare a Zagabria.

 

Il freddo, la neve, il Danubio, la magia e la desolazione. La sensazione di stare in un posto sospeso, dove arriva l’eco della storia di ieri – la Vukovar multiculturale, operosa e molto jugoslava – ma non si afferra il senso pieno di quella attuale, forse perché non c’è. Vukovar stralunata, nostalgica e un po’ triste. Chissà quanto sarà cambiata, da allora. Magari un giorno ci torneremo.