Vent’anni fa scoppiava la guerra tra Zagabria e Belgrado. Le regioni della Krajina, della Lika e della Slavonia vennero inglobate nella Grande Serbia di Milošević. Le conseguenze del conflitto pesano ancora su queste terre. Villaggi fantasma, ruderi, rivoluzioni demografiche, profughi serbi mai rientrati, fabbriche abbandonate: viaggio oltre le linee del fronte della guerra che ha ucciso la Jugoslavia.
Lungo la statale che porta a Knin tagliando le vallate carsiche della Krajina, marca arida e brulla della Croazia, schiacciata tra il litorale dalmata e la Bosnia, si susseguono casolari diroccati, chiesette che cadono a pezzi e borghi disabitati. La strada costeggia la ferrovia che portava un tempo a Belgrado, ora non più in servizio. Nelle stazioni abbandonate, tra binari arrugginiti, mattoni sbriciolati, spiazzi polverosi e ciuffi d’erba secca, s’aggirano cani randagi. Il cielo è plumbeo e il vento che arriva delle montagne dinariche, le cui sagome tozze si stagliano prepotenti all’orizzonte, ulula a pieni polmoni e scuote i rami spogli degli alberi. Questa è una terra di nessuno. Ma del resto non m’aspettavo di trovare chissà che cosa. «Vedrai che grande vuoto, la Krajina», m’aveva avvertito Cecilia, una collega, prima che partissi per questo viaggio, a vedere come vanno le cose oltre la vecchia linea del fronte serbo-croato, a vent’anni esatti dallo scoppio della guerra tra Zagabria e Belgrado, la grande scossa che fece capitolare la Jugoslavia.
Il conflitto fu inevitabile. Gli uomini forti di Zagabria e Belgrado, Franjo Tuđjman e Slobodan Milošević, la vedevano in maniera opposta. Il primo puntava all’indipendenza dalla Jugoslavia, ormai divenuta una “Serboslavia”. Il secondo a creare una Grande Serbia federando tutti i territori balcanici dove i propri connazionali costituivano lo zoccolo duro della popolazione. Krajina, Lika e Slavonia, le tre regioni croate che contavano una significativa presenza serba, con punte più o meno forti, dovevano dunque finire sotto il controllo di Belgrado.
Milošević armò i compatrioti della Croazia, li ubriacò di propaganda e incoraggiò nel 1990 la nascita di un’entità autonoma in Krajina, a trazione ultranazionalista e con Knin, capoluogo regionale, capitale. Piazzò al potere i più devoti lealisti e creò una milizia, guidata da Milan Martić. La risposta di Tuđjman fu la Costituzione nazionalista del dicembre 1990, che revocò ai serbi una discreta manciata di diritti. L’anno dopo arrivò la dichiarazione d’indipendenza. Knin proclamò la controsecessione e inglobò Lika e Slavonia (lo stato fantoccio prese il nome di Repubblica serba di Krajina) con l’ausilio dei militari e dei paramilitari di Belgrado, che provarono a spostare il fronte in avanti, scatenando l’artiglieria su Dubrovnik, Zadar, Sisak, Vinkovci, Karlovac e persino Zagabria. Tuđjman mise in piedi in fretta e furia un esercito, cercando di contenere l’offensiva e giurando di riprendersi più avanti le terre scippate. A ogni costo.
A confronto l’altra guerra che si combatté in quell’anno, tra Serbia e Slovenia, fu una bazzecola. Durò appena dieci giorni e Milošević, visto che da quelle parti i serbi si contavano sulle dita di una mano, ci s’imbarcò soltanto a scopo dimostrativo. È che, fingendo di impedire l’indipendenza di Ljubljana, volle mandare un messaggio preciso ai croati: scordatevi Krajina, Lika e Slavonia.
I tassisti di Knin
Arrivo a Knin, dopo la traversata nella no man’s land. La guerra ha trasfigurato la città, a livello demografico. In passato il 90% della popolazione era composta dai discendenti dei serbi che, esuli dalla Bosnia conquistata dagli ottomani, vennero ingaggiati dagli Asburgo come gendarmi di frontiera, in cambio di terre da coltivare. I miliziani di Martić, nel ‘91, fecero piazza pulita dei croati, stanandoli dalla loro case, esortandoli alla fuga o peggio ancora massacrandoli. Qualche sventurato rimase a lungo rinchiuso nel carcere allestito nella città vecchia, oggi un ammasso di edifici pencolanti e fatiscenti appollaiato ai piedi della rocca che domina Knin dall’alto.
Dopo la riconquista da parte croata, avvenuta nell’agosto 1995 con l’Operazione Tempesta, condotta dal generale Ante Gotovina, che passò sulla Krajina e sulla Lika come un rullo compressore commettendo svariati crimini di guerra, dei quali sta rispondendo al Tribunale penale dell’Aja sull’ex Jugoslavia, queste regioni si svuotarono. Almeno 200mila serbi furono costretti all’esodo. La metà non ha più fatto rientro.
Knin divenne una città fantasma e Zagabria, desiderosa di croatizzarla e di farne il simbolo della propria riscossa, la ripopolò mandandoci a vivere i connazionali scappati dalla guerra di Bosnia e alcuni coloni provenienti dalla stessa Croazia, ai quali diede casa e lavoro, riferisce Dragan Gligora, giornalista in forza a Radio Knin. La testata trasmette dalla stessa palazzina dove fino al 1995 ha operato l’emittente di regime serba. L’edificio ospita anche un’università, una biblioteca e una scuola di musica. Gli sforzi profusi da Zagabria per fornire servizi ai nuovi abitanti di Knin, 15mila in tutto (prima della guerra i cittadini erano 25mila) sono stati notevoli. Più che di servizi, tuttavia, ci sarebbe bisogno di lavoro. Gli impieghi pubblici non bastano a dare uno stipendio a tutti, l’economia privata non decolla e le fabbriche, chiuse durante la guerra, non hanno più riaperto. Fa eccezione la Tvik, storico marchio produttore di materiali ferroviari. Ma ci sgobbano appena 300 operai, rispetto ai 3000 dell’era del maresciallo Tito.
I profughi serbi tornati dopo il ’95, circa il 20% dei residenti, faticano ancora di più a sbarcare il lunario. Scontano la croatizzazione imposta da Zagabria e devono arrabattarsi alla meglio. «La vedi quella macchina?», mi dice Marko Kalat, la mia guida in città, indicando una vettura sgangherata che sfreccia sulla strada che porta in centro. «Al volante c’è uno dei tassisti privati serbi di Knin. Se qualcuno deve andare in Serbia salta su, si fa accompagnare e poi si fa venire a riprendere». La prestazione è senza fattura, ovviamente.
Gli affittacamere della Lika
Da Knin a Korenica, nel cuore della Lika. Mi lascio dietro una schiera di contrade, sia croate che serbe, piene di case vuote. L’unica oasi di questo deserto è Gračac, borgo devastato dagli uomini di Gotovina, rimesso nuovo e frequentato da cacciatori. Italiani, in particolare. S’acquartierano nelle riserve della zona e impallinano quaglie e beccacce, m’informa un tizio che ospita nel suo casolare i cultori dell’arte venatoria.
Una mezz’ora di tragitto e da Gračac arrivo a Korenica. Lungo la lama d’asfalto che seziona questo centro abitato di 2mila anime (prima del conflitto erano il doppio) spuntano numerosi cartelli multilingue che reclamizzano stanze private in affitto: rooms, zimmer, camere, sobe, chambres. L’ampia offerta di alloggi non deve sorprendere. Questa porzione di Lika è uno dei luoghi più turistici del paese. I sedici specchi d’acqua, le foreste e le cascate del vicino parco naturale di Plitvice calamitano ogni anno migliaia di visitatori e la gente del posto, mettendo la propria dimora a disposizione dei vacanzieri, trova modo di raggranellare qualche soldo.
Il turismo è una risorsa, ma anche, forse soprattutto, una necessità. In zona, infatti, non c’è traccia d’attività produttiva e il lavoro è un’emergenza. Parecchi rimpiangono la Jugoslavia, quando a Korenica, racconta Milan Prica, l’affittacamere serbo che mi dà alloggio, c’erano cinque aziende statali che davano da mangiare a tutte le famiglie, si stava tranquilli e non mancava nulla. Il conflitto ha scombussolato tutto, annientando le infrastrutture economiche, drenando la popolazione e rimescolando, come a Knin e come in tutti i vecchi distretti serbi della Croazia, gli equilibri etnici.
Fu proprio nella Lika che ci s’iniziò a sparare addosso. Successe il 31 marzo 1991, la domenica di pasqua, davanti alla biglietteria del parco di Plitvice. Quel giorno caddero il poliziotto croato Josip Jović e quello serbo Rajko Vukadinović, le prime due vittime della guerra. Percorrendo il sentiero ricoperto di foglie umide che si srotola subito dopo l’ingresso del parco s’arriva al memoriale, un massiccio cilindro di metallo luccicante, eretto in nome di Jović. Non c’è nulla, invece, a ricordare la morte di Vukadinović. Ma la memoria è come la storia: la scrivono i vincitori.
L’Hiroshima croata
Lunga tirata, dalla Lika alla Slavonia. Passando da Zagabria e percorrendo tutto il fianco orientale della Croazia, spianato dal fiume Sava. Dopo sei ore giungo a Vukovar, città bagnata dal Danubio al confine con la Serbia. I segni della guerra sono ancora visibili, molto più che altrove. Il tessuto urbano è disseminato di ruderi e le pareti delle case che non sono state rase al suolo portano il marchio del conflitto, sfregiate come sono da fori di proiettile e crepacci causati da granate. Negli ultimi tempi sono stati ricostruiti alcuni edifici, tali e quali a com’erano una volta, in stile barocco. Emergono, posticciamente, in mezzo alla selva di caseggiati sbrindellati.
Il conflitto toccò a Vukovar il suo apice. Il 25 agosto 1991, 50mila militari serbi strinsero d’assedio la città, presidiata da una sparuta guarnigione croata composta da appena 1800 uomini. Malgrado la netta inferiorità numerica, resistettero fino al 18 novembre. Quasi tre mesi. Incredibile. «Tant’è che la difesa di Vukovar è oggetto di studi persino all’accademia militare americana di West Point», mi spiega Cristian, guida del memoriale che sorge nella vicina frazione di Ovčara, dove i serbi, nei cortili di un’ex azienda agricola, giustiziarono 264 civili. Qui i presidenti croato e serbo, Ivo Josipović e Boris Tadić, si sono incontrati nell’aprile 2010, in uno dei più bei gesti riconciliatori del dopoguerra balcanico. Serbia e Croazia hanno fatto passi da giganti, da quanto punto di vista. A stimolarli è stata la comune europea, con Zagabria pronta a entrare nell’Ue all’inizio del 2013 e Belgrado sempre più sulla giusta carreggiata.
Il bilancio dell’assedio di Vukovar fu micidiale: 22mila profughi, 50mila case distrutte, circa tre miliardi di dollari di danni e almeno 1700 morti, molti dei quali riposano nel cimitero monumentale di guerra, una radura piena di filari di croci bianche. Lo visito e m’imbatto in una comitiva di pellegrini-patrioti venuti da Zagabria che depongono corone di fiori sui sepolcri di Ivo, Mato, Mijo e Niko Šoljić, i fratelli Cervi di Croazia, tutti e quattro morti in difesa di Vukovar.
Con la caduta della città si chiuse la prima fase della guerra. Zagabria e Belgrado stipularono un cessate il fuoco sponsorizzato dall’Onu, che all’inizio del ’92 inviò nei territori in mano ai serbi un contingente incaricato di garantire lo status quo. Nei tre anni successivi il campo di battaglia si spostò in Bosnia, dove Tuđjman e Milošević continuarono a farsi la guerra, salvo poi accordarsi, vergognosamente, allo scopo di spartirsi il paese e ghettizzare la maggioranza musulmana. La guerra in Croazia riprese con la vittoriosa campagna di Gotovina nella Krajina e nella Lika. Vukovar e la Slavonia, invece, rimasero sotto l’amministrazione dell’Onu fino al 1998, quando vennero riassegnate a Zagabria.
Tutti, in città, hanno una storia da narrare. Željko Diberto, nella cui locanda pianto le tende, afferma che in quei tre mesi d’assedio Vukovar «era ridotta come Hiroshima» e ripercorre gli anni trascorsi come profugo in Germania, a Norimberga, dove ha lavorato nei capannoni della Siemens. Mirjana Ðermadi, direttrice di Radio Vukovar, ricorda di come riuscì miracolosamente a tagliare la corda, incinta, prima della resa del 18 novembre. Andrika Mikić, presidentessa del Center for Peace, rievoca la Vukovar jugoslava, «una città modello dove convivevano decine di etnie – croati, serbi, bosniaci, cechi, ucraini, austriaci, ungheresi, albanesi, ebrei – e il 60% dei matrimoni erano misti».
Anche da queste parti, solita storia: spopolamento, croatizzazione e rientro limitato dei profughi serbi. Oltre a un’economia che non va. In quest’ottica la vicenda della Borovo, il più grande complesso calzaturiero della Jugoslavia, dice tutto. Nel 1991 sfornava 23 milioni di paia di scarpe e impiegava 23mila operai. Adesso l’output è di cento volte inferiore e le maestranze ammontano a poco più di mille unità, barricate all’interno dell’unica officina tornata a produrre. Le altre, reperti giurassici scarnificati dalle bombe, giacciono silenziose e tristi, esposte a sole, neve, pioggia e vento, in quell’immenso ossario industriale che è il perimetro della Borovo.
by Matteo Tacconi